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Lila Catania

1° dicembre 2020: Giornata Mondiale della Lotta all’AIDS – “Solidarietà globale, responsabilità condivisa”.

29 Novembre 2020 by Lila Catania

Nel 2019, in Sicilia sono stati diagnosticati 195 nuovi casi di infezioni da HIV (60 casi a Catania), in leggera diminuzione rispetto agli anni precedenti (213 nel 2018, 285 nel 2017); 2531 sono i nuovi casi in Italia (3003 nel 2018 3579 nel 2017). Circa l’80% sono maschi.

Aumenta l’età alla diagnosi, più del 50% delle nuove diagnosi, infatti, si rileva nelle persone di età compresa fra 30 e 50 anni. Circa il 42% delle nuove diagnosi si riscontra in maschi che fanno sesso con i maschi, il 25% in maschi e il 17% in donne che si dichiarano eterosessuali e il 6 % in persone che fanno uso di sostanze per via endovenosa. Gli italiani sono circa 75%.Dal 2016, si osserva una diminuzione del numero di nuove diagnosi negli stranieri. La proporzione di stranieri tra le nuove diagnosi è aumentata gradualmente tra il 2012 (27,3%) e il 2016 (35,7%), mentre è diminuita a partire dal 2016; nel 2019, è pari al 25,2%. (Dati COA-ISS)

L’aumento delle persone in trattamento e l’aumento delle persone che aderiscono alla terapia, rendendo la persona in trattamento non contagiante (U=U, Undetectable=Untransmittable, Nonrilevabile=Nontrasmittibile), riduce il numero delle persone che possono trasmettere e quindi il numero dei contagi.

Mentre si riduce il numero delle persone che acquisiscono il virus, aumenta il numero di persone che arriva tardivamente alla diagnosi dell’infezione (in fase avanzata di malattia), per cui resta stabile il numero di persone che muore di AIDS.

Per ridurre ulteriormente i nuovi casi di infezione da HIV e per abbassare il numero delle morti da AIDS, è necessario:

  • continuare ad assistere le persone che vivono con l’infezione da HIV, anche e soprattutto, in questo periodo di emergenza COVID-19 (non bisogna ridurre le giornate di apertura degli ambulatori dedicati, non bisogna eliminare il libero accesso);
  • continuare ad offrire il test, anche e soprattutto, in questo periodo di emergenza COVID-19 (non bisogna eliminare il libero accesso);
  • aumentare l’offerta del test per garantire alle persone con l’infezione da HIV il trattamento precoce;
  • incrementare l’uso del preservativo, maschile e femminile, magari rendendolo gratuito;
  • aumentare l’offerta della profilassi pre-esposizione (PREP), offrire la terapia di prevenzione alle persone con elevato rischio sessuale;
  • diagnosticare precocemente l’infezione continuando a formare il personale sanitario (medici e infermieri) a riconoscere le patologie sentinella (i sintomi che fanno sospettare precocemente l’infezione da HIV;
  • potenziare le campagne di prevenzione/informazione dirette a tutta la popolazione aumentando quelle dirette alle persone con comportamento a rischio;
  • implementare gli ambulatori rivolti alle persone vulnerabili (adolescenti, persone che fanno uso di sostanze, persone che si prostituiscono, persone in carcere, migranti, etc).

AGGIORNAMENTO DELLE NUOVE DIAGNOSI DI INFEZIONE DA HIV E DEI CASI DI AIDS IN ITALIA AL 31 DICEMBRE 2019. Centro Operativo AIDS (COA) – Istituto Superiore di Sanità

  • L’incidenza (casi/popolazione) delle nuove diagnosi HIV mostra una riduzione dal 2012, con una diminuzione più evidente nell’ultimo biennio.
  • La riduzione del numero di nuove diagnosi HIV interessa tutte le modalità di trasmissione.
  • Nel 2019 l’incidenza più elevata di nuove diagnosi HIV si riscontra nella fascia di età 25-29 anni.
  • Diversamente dagli anni precedenti, in cui la modalità di trasmissione più frequente era attribuita a rapporti eterosessuali (maschi e femmine), nel 2019, per la prima volta, la quota di nuove diagnosi HIV riferibili a maschi che fanno sesso con maschi (MSM) è pari a quella attribuibile a rapporti eterosessuali.
  • Tra i maschi, circa la metà delle nuove diagnosi HIV è in MSM.
  • Dal 2016 si osserva una diminuzione del numero di nuove diagnosi HIV in stranieri.
  • Dal 2017 aumenta la quota di persone a cui viene diagnosticata tardivamente l’infezione da HIV (con bassi CD4 o presenza di sintomi): nel 2019 2/3 dei maschi eterosessuali e oltre la metà delle femmine con nuova diagnosi HIV sono stati diagnosticati tardivamente (CD4 < 350 cell/µL).
  • Un terzo delle persone con nuova diagnosi HIV nel 2019 scopre di essere HIV positivo a causa della presenza di sintomi o patologie correlate con HIV.
  • Il numero di decessi in persone con AIDS negli ultimi anni è rimasto stabile.
  • Nel 2019 diminuisce la proporzione di persone con nuova diagnosi di AIDS che scopre di essere HIV positiva nei pochi mesi precedenti la diagnosi di AIDS.

APPROFONDIMENTI

MOTIVI DI EFFETTUAZIONE DEL TEST ALLA DIAGNOSI HIV: ITALIANI E STRANIERI A CONFRONTO.

Tra il 2012 e il 2018 i motivi più frequentemente riportati sono, rispettivamente, per italiani e stranieri: la sospetta patologia HIV correlata/ sintomi HIV (30,2% vs 28,9%; p-value 0,05); l’aver avuto un comportamento a rischio generico (18,1% vs 14,3%; p-value < 0,05); gli accertamenti per patologie non HIV correlate (14,0% vs 8,6% p-value < 0,05); i rapporti senza preservativo (10,7% vs 9,9%; p-value 0,05); iniziative di screening e campagne informative (5,4% vs 8,9%; p-value 0,05).

Dallo studio emerge che i motivi di effettuazione del test HIV più frequenti sono simili tra italiani e stranieri (patologia HIV correlata, comportamenti a rischio); tuttavia, si rilevano differenze evidenti relativamente agli accertamenti per patologie non HIV correlate, che rappresentano un motivo più frequente tra gli italiani, mentre gli stranieri vengono diagnosticati più spesso in occasione di una gravidanza. Risulta, infine, estremamente interessante il trend in aumento delle diagnosi a seguito di campagne informative o iniziative di screening in entrambi i gruppi, evidenziando l’appropriatezza e l’efficacia delle campagne di testing e di informazione adottate in questi ultimi anni su tutto il territorio nazionale.

ECCESSO DI MORTALITÀ PER MALATTIE EPATICHE NELLE PERSONE CON AIDS

Le malattie del fegato sono una delle principali cause di morte non correlate all’AIDS tra le persone con infezione da HIV. Per valutare se le persone con AIDS abbiano realmente un eccesso di mortalità per malattie epatiche rispetto alla popolazione generale è stato condotto uno studio (1) basato sui dati della sorveglianza AIDS nel periodo 2006-2015 e sui dati ISTAT delle cause multiple di morte (CMM), ossia i dati che riportano tutte le condizioni che hanno contribuito al decesso e che sono presenti nel certificato di morte.

Lo studio ha confermato l’ipotesi di eccesso di mortalità associato a patologie epatiche nelle persone con AIDS, stimando una mortalità di 40,4 volte superiore rispetto alla popolazione senza AIDS per tutte le malattie epatiche; di 131,1 volte superiore per le epatiti virali, di 29,9 volte superiore per le malattie epatiche non virali e di 11,2 volte superiore per i tumori del fegato. Emerge, pertanto, la necessità di promuovere tra le persone con HIV azioni di prevenzione mirate a limitare le complicanze dovute a queste coinfezioni attraverso l’offerta dei test per HBV e HCV, della vaccinazione anti-HBV e del trattamento antivirale per HCV. Inoltre, anche seguire uno stile di vita sano, che includa la riduzione del consumo di alcolici e una dieta corretta, potrebbe avere un ruolo nel limitare l’eccesso di mortalità. Un’attenzione particolare meritano le persone con AIDS più giovani e le persone che fanno uso di droghe per via iniettiva.

BASSA PERCEZIONE DEL RISCHIO ALLA PRIMA DIAGNOSI HIV: FATTORI DEMOGRAFICI E SOCIO-ECONOMICI

In Italia, circa il 40-60% delle persone sieropositive viene diagnosticata in una fase avanzata dell’infezione da HIV e la proporzione di queste diagnosi tardive non sembra diminuire sostanzialmente dal 2010. Questo è dovuto a una bassa percezione del rischio di contrarre l’infezione da HIV nella popolazione generale. La bassa percezione del rischio può essere conseguente a diversi fattori come l’idea, ad esempio, che l’HIV non sia più un problema di salute, grazie all’elevata efficacia dei trattamenti antiretrovirali, così come anche alla paura e/o allo stigma legati a un’eventuale diagnosi positiva.

Sono risultate associate a una scarsa percezione del rischio di infezione da HIV: le persone con età superiore a 40 anni, le persone di genere maschile, gli individui che avevano acquisito l’HIV per via eterosessuale, gli IDU, gli individui che risiedono in Italia Centrale, le persone con un basso livello di istruzione, le persone residenti in aree a bassa o ad alta deprivazione rispetto a quelle residenti in aree a media deprivazione.

Alcuni gruppi di popolazione sembrano essere meno consapevoli del rischio HIV (maschi, persone più mature, eterosessuali, IDU, residenti in Centro Italia, con basso livello di istruzione). In particolare, appare rilevante l’associazione sia con una bassa che con un’alta deprivazione, suggerendo che il rischio di infezione viene sottostimato sia dagli strati sociali che hanno un buon livello di benessere che dagli strati sociali a basso livello socio-economico. Questo studio sottolinea la necessità di condurre campagne di prevenzione rivolte non solo alle persone più deprivate o vulnerabili (migranti, IDU, giovani, donne), come sarebbe auspicabile, ma anche ai sottogruppi di popolazione con una buona condizione di benessere e che vengono spesso considerati a minor rischio.

Leggi il report completo su:

file:///C:/Users/Hp/Desktop/COA%202020.pdf

 

Leggi anche

https://www.lila.it/it/lilanews/1390-wad-2020-covid

https://www.unaids.org/sites/default/files/media_asset/UNAIDS_FactSheet_en.pdf

https://www.unicef.org/tajikistan/press-releases/320000-children-and-adolescents-newly-infected-hiv-2019-1-every-100-seconds-unicef

 

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Filed Under: NEWS

Sospese le date di novembre della “Testing week”

13 Novembre 2020 by Lila Catania

In applicazione dei provvedimenti attualmente vigenti, approvati dal Governo in seguito all’emergenza sanitaria internazionale, in materia di tutela della salute, sostegno ai lavoratori e alle imprese e giustizia, connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19.  (GU Serie Generale n.279 del 09-11-2020 )

durante il mese di Novembre, nella sede di LILA – Catania, non saranno offerti i test salivari nelle date già annunciate (20, 22 e 24 novembre)

Il servizio riprenderà regolarmente, il terzo giovedì di ogni mese appena le condizioni socio-sanitarie lo consentiranno. Tutto ciò a tutela della salute delle persone e degli operatori volontari della LILA.

 L’offerta del test rapido salivare per l’HIV e l’HCV continuerà anche nel 2021

Nel terzo  giovedì di ogni mese, sarà possibile effettuare i test salivari presso la nostra sede di via Finocchiaro Aprile 160 (entrata  da via Gabriello Carnazza, 10).

Non occorrono appuntamento o prenotazione.

Si accederà al test dopo un colloquio preliminare con un counselor.

Ricordiamo che è necessario non mangiare, bere o fumare nella mezz’ora precedente l’esecuzione del test.

Fare il test è importante, scopri perché sul sito della  LILA – Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids.

Per informazioni telefonare al 095-551017 lunedì e venerdì dalle 17,00 alle 19,00, il martedì dalle 10,00 alle 12,00 o scrivere una mail a lilacatania@gmail.com

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Filed Under: INIZIATIVE

Ripensare la sanità per affrontare il COVID. Luciano Nigro – 22 ottobre 2020

23 Ottobre 2020 by Lila Catania

Prima di affrontare l’epidemia Covid-19, è necessario accennare, in generale, alla prevenzione e alla cura delle malattie.

Le malattie si distinguono in curabili o incurabili e molte malattie possono essere prevenute.

Cosa significa curare e cosa significa fare prevenzione?

Curare viene dopo aver fatto diagnosi; la persona ammalata viene curata a casa ma se lo stadio della malattia è avanzato o la malattia è grave la persona ammalata viene curata in ospedale.

La cura, quindi, viene effettuata a casa o in ospedale.

Fare prevenzione vuol dire eliminare o ridurre il più possibile tutti i fattori che possono contribuire all’insorgere di determinate malattie, quindi incidere sui fattori di rischio. (Prevenzione delle Malattie rare, Istituto Superiore di Sanità; Cosa Significa Fare Prevenzione, Gruppo Ospedaliero Italiano).

Possiamo identificare diversi tipi di fattori di rischio. Ci sono fattori di rischio sui quali possiamo intervenire poco come le malattie genetiche e, in un certo qual modo, l’età (molte malattie sorgono in età avanzata, come le patologie degenerative di tipo vascolare. cardio e cerebro-vascolari). I fattori di rischio modificabili si riferiscono all’incidenza di malattie legate a fattori socio-economici, alla qualità della vita, all’ambiente, al tipo di lavoro, allo stile di vita. Su tutti ha rilevante importanza l’azione di servizi medici.

La prevenzione è articolata su tre livelli.

La prevenzione primaria, mira, riducendo l’incidenza di una patologia, tenendo sotto controllo i fattori di rischio e aumentando la resistenza individuale a tali fattori, a prevenire l’insorgenza della malattia o ad attenuarne la gravità. Uno degli strumenti principali di prevenzione primaria sono ad esempio le campagne di vaccinazione contro specifici agenti infettivi, ma anche le campagne di promozione di un corretto stile di alimentazione e di vita, e quelle rivolte a categorie di persone considerate ad alto rischio come, ad esempio, i fumatori o quelle studiate per individui che presentano un rischio genetico elevato.

La prevenzione primaria ha il suo campo d’azione sul soggetto sano e si propone di mantenerlo in condizioni di benessere e di evitare la comparsa di malattie. In particolare, è un insieme di attività, azioni ed interventi che attraverso il potenziamento dei fattori utili alla salute e l’allontanamento o la correzione dei fattori causali delle malattie, tendono al conseguimento di uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale dei singoli e della collettività o quanto meno ad evitare l’insorgenza di condizioni morbose.

 La prevenzione secondaria ha lo scopo di individuare una patologia in uno stadio molto precoce in modo che sia possibile trattarla in maniera efficace e ottenere di conseguenza un maggior numero di guarigioni e una riduzione del tasso di mortalità. La prevenzione secondaria coincide quindi con le misure di diagnosi precoce e con i programmi di prevenzione, alcuni dei quali promossi anche a livello nazionale e regionale, quali: tumore del seno, tumore del collo dell’utero, tumore del colon-retto. L’importanza degli screening sta nella possibilità di individuare gli stadi iniziali di una malattia anche in persone che non presentano sintomi evidenti.

La prevenzione secondaria attiene a un grado successivo rispetto alla prevenzione primaria, intervenendo su soggetti già ammalati, anche se in uno stadio iniziale. Consente l’identificazione di una malattia o di una condizione di particolare rischio seguita da un immediato intervento terapeutico efficace, atto a interromperne o rallentarne il decorso.

La prevenzione terziaria ha lo scopo di prevenire le cosiddette recidive (o ricadute) e gestire la riabilitazione e il reinserimento del malato, così come il controllo clinico-terapeutico di malattie ad andamento cronico o irreversibili.

La prevenzione terziaria, fa riferimento a tutte le azioni volte al controllo e contenimento degli esiti più complessi di una patologia ed ha come obiettivo quello di evitare o comunque limitare la comparsa sia di complicazioni tardive che di esiti invalidanti. Con prevenzione terziaria si intende anche la gestione dei deficit e delle disabilità funzionali consequenziali ad uno stato patologico o disfunzionale. Si realizza attraverso misure riabilitative e assistenziali, volte al reinserimento familiare, sociale e lavorativo del malato, e all’aumento della qualità della vita. (Es. misure di riabilitazione motoria; supporto psicologico; ecc.)

Dagli anni Ottanta, alle tre tradizionali modalità di prevenzione si è aggiunta la strategia di riduzione del danno che si riferisce a politiche, programmi e pratiche che mirano a ridurre al minimo sia l’impatto negativo che uno stile di vita o un problema sociale può indurre sulla salute e sulla vita sociale che sulla storia legale di una persona.

La riduzione del danno, strategia sviluppata inizialmente per adulti con problemi di abuso di sostanze, negli ultimi anni è stata applicata con successo nei programmi di educazione alla salute sessuale (per ridurre sia le gravidanze in adolescenti che le malattie a trasmissione sessuale, compreso l’HIV), nei programmi per la riduzione del consumo rischioso di alcol.

Con il termine prevenzione intendiamo, quindi, un insieme di attività, azioni ed interventi attuati con il fine prioritario di promuovere e conservare lo stato di salute ed evitare l’insorgenza di malattie.

La prevenzione prioritariamente si effettua sul territorio con l’intervento delle strutture sanitarie del territorio.

Con il termine prevenzione intendiamo, quindi, un insieme di attività, azioni ed interventi attuati sul territorio con il fine prioritario di promuovere e conservare lo stato di salute ed evitare l’insorgenza di malattie.

Durante e alla fine del primo picco dell’epidemia Covid-19, tutti gli esponenti politici e culturali di questo paese hanno concordemente dichiarato che:

il Sistema Sanitario Nazionale è stato smantellato a favore del Servizio Sanitario Privato;

i posti letto delle unità di rianimazione e delle terapie intensive sono insufficienti a gestire le emergenze;

il Sistema Sanitario Territoriale è stato smantellato;

i medici di base lavorano isolati e non hanno risorse;

il Servizio Sanitario Privato non ha, se non in minima parte, contribuito a fronteggiare l’epidemia;

non esistono piani per affrontare le epidemie;

a settembre avremo un secondo picco e saremo preparati;

non siamo stati in grado di proteggere le fasce deboli (anziani, persone con patologie croniche, etc.).

Ma soprattutto, tutti dicevano, dichiaravano, urlavano, che si era fatto il possibile di fronte a una patologia nuova.

Il possibile è stato: aumentare posti letto in rianimazione, proclamare articolati lockdown, il “distanziamento sociale”, chiudere scuole e università, uso di mascherine, lavare e disinfettare le mani. Soprattutto creare “reparti Covid-19” e, di fatto, chiudere gli ospedali alla diagnosi e alla cura delle malattie croniche, mantenendo gli ospedali aperti, dopo tampone per la diagnosi del Covid-19 negativo, alle emergenze e ai parti.

A luglio la curva dell’epidemia comincia a scendere e cosa avviene: vengono chiusi progressivamente i “reparti Covid-19”, mantenendone uno per provincia, vengono attivate navi per la quarantena per migranti (la quarantena sulle navi è stata abolita al tempo dei pirati) e poi…e poi niente. Si continua a ripetere che arriverà un nuovo picco e si comincia a sperare nella scoperta di un vaccino salvifico.

Però si continua a insistere sul distanziamento sociale, sul lavoro in remoto, su mascherine, generando molta confusione. Mezzi pubblici si, feste private no; manifestazioni sportive si, discoteche no; test rapidi (boh?) e tamponi dove e come e quando si fanno; quarantena 14 giorni no sette, e via di seguito.

Abbiamo capito che possono insorgere nuove epidemie e dobbiamo essere preparati a prevenirle e ad affrontare l’aumento dei ricoveri.

Alcune proposte

Il modello di intervento che dovremmo assumere per affrontare momenti di assistenza sanitaria emergenziale e per avere un servizio di prevenzione territoriale efficace dovrebbe riaffermare il ruolo del Sistema Sanitario Nazionale, riaffermare il concetto di salute gratuita per tutti e porre fine alla commistione fra Sanità Pubblica e Sanità Privata.

Affrontare un aumento non previsto di malati che necessitano di ricovero significa:

  • avere sempre una buona percentuale di posti liberi in rianimazione (epidemie, terremoti, etc.);
  • aumentare i reparti di terapia intensiva;
  • creare reparti dove oltre allo specialista principalmente necessario (ortopedici e chirurghi in caso di terremoto, infettivologi in caso di epidemia, etc) ci sia una équipe multidisciplinare;
  • creare percorsi differenziati per l’accesso in ospedale;
  • fornire il personale sanitario e le persone ricoverate di adeguati e sufficienti presidi di prevenzione;
  • essere dotati di personale medico, infermieristico, tecnico, socio-psicologico e ausiliario sufficiente (eliminazione del numero chiuso);
  • incentivare la formazione;
  • non si deve assolutamente ridurre o rendere difficile l’accesso in ospedale alle persone.

Implementare, sul territorio, la prevenzione delle malattie significa:

  • incentivare il lavoro di gruppo dei medici di base;
  • collegare i medici di base con le altre strutture del territorio (ospedali, ambulatori specialistici);
  • ri-assumere i medici scolastici e i medici del lavoro;
  • adeguare ai bisogni reali l’assistenza domiciliare (al momento copre il 18% del fabbisogno), quindi assumere medici, infermieri, psicologi, fisioterapisti, tecnici e personale ausiliario;
  • disporre di tamponi sufficienti a testare tutte le persone sintomatiche e i contatti nel più breve tempo possibile per osservarle e trattarle precocemente;
  • adottare misure per proteggere le persone vulnerabili e adeguare le strutture per anziani, per diversamente abili, etc. alle norme (posti letto adeguati alla superficie della struttura e personale sanitario adeguato al numero di persone accolte);
  • eliminare il numero chiuso;
  • incentivare la formazione;
  • adeguare, in termini di edilizia, costantemente le scuole, le università, gli ospedali alle esigenze della prevenzione;
  • fornire il personale sanitario e le persone di adeguati e sufficienti presidi di prevenzione.

Purtroppo, concordo con Marco Buscetta che ha scritto sul Manifesto, “il modello che sta prendendo piede, non solo in Italia è quello fondato su una contrapposizione tra le attività produttive disciplinate (da mantenere attive ad ogni costo e con qualunque rischio) e le inclinazioni relazionali autonome, l’esercizio di libertà individuali (spesso più prudenti e responsabili dei criteri adottati dai capitani d’industria nelle loro fabbriche) da reprimere e sanzionare”.

Spetta allora a noi tutti e a una seria e approfondita critica politica il compito di intervenire per impedire che l’ordine economico passi, ancora una volta indenne, attraverso una tempesta, reale o fittizia poco importa, che potrebbe travolgere la vita di tutti.

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Filed Under: NEWS

La formazione e il progetto “Pro – access 2020″ di Lila Catania in partenariato con UNHCR.

7 Ottobre 2020 by Lila Catania

L’informazione e la formazione sono uno dei pilastri su cui poggia il progetto “Pro-access 2020. Improve access to sexual and reproductive health services for refugees and asylum seekers victims of SGBV” che LILA Catania realizza dal 2017 con il supporto tecnico e finanziario di UNHCR.

Purtroppo, il pericolo Covid, palesatosi all’inizio dell’anno, ha fatto correre il rischio che queste attività non si sarebbero potute realizzare.

L’equipe del progetto Pro-access ha sempre organizzato le sessioni informative e i seminari informativi con discussioni, lezioni, dibattiti, role playing e plenarie svolte sempre in presenza, come tutti sappiamo questo tipo di incontri, durante il lockdown, non sono stati più consentiti. Per cui il gruppo si è dovuto preparare/formare, come molti del resto, per essere in grado di organizzare gli incontri on line.

I due incontri formativi online sono già stati svolti il primo il 22 settembre, “Decreto sicurezza. Valutazione dell’impatto sul diritto alla salute della popolazione migrante” e il secondo il 29 settembre, “Servizi a bassa soglia – Psicologia a bassa soglia”.

Il 6 ottobre si è svolto il primo dei due incontri formativi organizzati in presenza, “La mediazione culturale nell’emersione del fenomeno della violenza sessuale e di genere”, il secondo si svolgerà il prossimo ottobre e affronterà la tematica dell’uso e dell’abuso di sostanze.

I relatori e i facilitatori sono stati Margherita Gabriele, Senior Protection Assistant UNHCR, Riccardo Campochiaro, avvocato Centro Astalli, Marica Longo, psicologa progetto “Pro – Access 2020”, Alì Akbar Sleemankhel, mediatore culturale progetto “Pro – Access 2020” e Luciano Nigro, presidente LILA Catania.

Ampia la partecipazione riscontrata; rispettivamente 26, 25 e 20 persone, più i volontari della LILA, hanno partecipato alla prima, alla seconda e alla terza formazione.

Qui di seguito alcuni commenti fatti dai partecipanti ai tre momenti formativi:

“Complimenti a Voi organizzatori del seminario e al docente la cui relazione è stata efficace, chiara ed operativa”

“La docenza è risultata essere molto chiara e comprensibile. Complimenti!”

“Ringrazio voi tutti per la bella iniziativa, e per come è stato condotto il corso”

“Il corso online è stato di alto gradimento e praticità”

“Ho trovato il corso interessante e le relazioni ben svolte. Pur nella limitatezza del tempo a disposizione ho potuto apprendere delle nozioni interessanti ed utili”

“Il corso online è stato molto interessante; è importante organizzare questi corsi perché servono a confrontarsi e vedere come risolvere i problemi che si pongono quotidianamente nel lavoro di tutti i giorni”

“Ritengo che i contenuti sono stati interessanti e che l’esposizione è stata coinvolgente, dunque i miei complimenti a tutto lo staff”

“Sono soddisfatto”

“Grazie a Voi per le lezioni interessanti, presentate da docenti competenti”

È stato un corso davvero completo. Proporrei soltanto maggior tempo”

“Il corso è stato molto utile ed interessante, sia nei contenuti che nelle modalità di esposizione dei docenti, tutti molto bravi”

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Filed Under: INIZIATIVE

Il progetto Pro-Access durante il lockdown da coronavirus

25 Luglio 2020 by Lila Catania

Il progetto PRO-Access, che vede impegnata LILA Catania da quattro anni, è proseguito anche nel periodo di lockdown, causato dall’emergenza COVID-19.

Sostenuto da UNHCR, il progetto è volto a migliorare l’accesso ai servizi di salute sessuale e riproduttiva per rifugiati e richiedenti asilo affetti da patologie della sfera sessuale e riproduttiva o che sono sopravvissuti a violenza sessuale e di genere (SGBV).

Durante i mesi di maggio e giugno, partendo dalle richieste degli operatori e degli ospiti delle strutture di accoglienza, è stata organizzata dall’equipe del progetto una formazione a distanza, nel corso della quale, oltre a informare sulla salute sessuale e riproduttiva, si è parlato di COVID – 19, delle relative disposizioni di legge e dei corretti comportamenti da rispettare per prevenire e/o evitare il contagio.

Le strutture coinvolte in questa attività di formazione/informazione (circa 20) sono state quelle della rete del Consorzio IL NODO. Gli incontri, distribuiti in 3 appuntamenti settimanali, sono iniziati l’8 maggio e si sono conclusi il 15 giugno, ed  hanno visto la partecipazione di  8  operatori e di 114 ospiti.

L’equipe del progetto (formato da 1 medico, 1 assistente sociale, 1 psicologa, 3 mediatori culturali ed 1 operatrice organizzativa), ha fornito una approfondita relazione sull’infezione da coronavirus ed ha risposto alle numerose domande rivolte dagli operatori delle strutture e dai loro ospiti.

La partecipazione ed il coinvolgimento, sia nella parte dell’informazione che in quella dell’approfondimento dei temi specifici richiesti dai partecipanti/beneficiari, è stata fruttuosa e piena di successo.

La mediazione (nelle lingue francese, inglese, arabo e dialetti africani) ha garantito l’efficacia dei risultati, mantenendo vivo e continuativo il rapporto con i partecipanti stranieri non ancora padroni della lingua italiana.

La formazione a distanza ha consentito di mantenere la relazione con gli ospiti e gli operatori delle strutture anche nel periodo di chiusura e di sospensione delle attività, determinato dall’emergenza sanitaria.

Altro elemento positivo dell’esperienza è stato, per l’equipe del progetto, sperimentare una nuova modalità di realizzazione delle attività (la formazione a distanza) che si è dimostrata, in questo periodo di limitazione del numero di persone che possono partecipare a riunioni, rispondente sia alle esigenze del progetto che delle strutture di accoglienza.

Ciò è stato confermato e ribadito nell’incontro conclusivo di questo percorso, che si è svolto lo scorso 17 giugno, nel corso del quale l’equipe del progetto ed i referenti delle strutture de IL NODO  si sono confrontati, discutendo sulle attività svolte e confermando una collaborazione sui temi di comune interesse.

Dal mese di giugno, conclusosi il lockdown,  sono riprese le attività “istituzionali” del progetto: drop-in migranti, (presso la sede LILA due volte a settimana, martedì pomeriggio e giovedì mattina); consulenze mediche; sostegno psicologico; accompagnamenti sanitari; lavoro di strada; incontri presso le strutture di accoglienza e presso luoghi di lavoro occasionali (il campo di lavoro di Cassibile).

 

 

 

 

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Filed Under: INIZIATIVE

Chiusura estiva servizio Help-line e Test salivari

23 Luglio 2020 by Lila Catania

Cari amici e sostenitori di LILA Catania, vi auguriamo una buona estate e vi ricordiamo che:

il centralino telefonico riprenderà il 7 settembre 

i test salivari riprenderanno il 17 settembre

LILA Catania

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Filed Under: NEWS

Quattro anni di progetto “Pro-Access” – Realizzato da LILA Catania e finanziato da UNHCR Italia

10 Luglio 2020 by Lila Catania

PROGETTO: “PRO-ACCESS. Improve access to sexual and reproductive health services for refugees and asylum seekers who are sexual and gender-based violence (SGBV) and male/female genital mutilation (M/FGM) survivors/ Migliorare  ai rifugiati e ai richiedenti asilo, vittime di violenza sessuale e di genere (SGBV) e di mutilazioni genitali maschili / femminili (M / MGF), l’accesso ai servizi per la salute sessuale e riproduttiva”

Introduzione. Uno degli obiettivi del progetto “Pro-Access” è far emergere, nei migranti, la violenza subita (SGBV e M/FGM) fin da subito per:

  1. a) ridurre le conseguenze della violenza in ambito sociale e sulla salute psico-fisica;
  2. b) prevenire e proteggere le persone dal rischio di ulteriori traumi (ri-vittimizzazione);
  3. c) promuovere la cura e il recupero della persona sopravvissuta.

Il progetto è iniziato nell’agosto del 2017 ed è ancora in corso.

ENTE ESECUTORE: Lega Italiana per la Lotta contro l’AIDS (LILA) ONLUS – Catania

ENTE FINANZIATORE: UNHCR

L’obiettivo generale di questo progetto è migliorare l’accesso ai servizi di salute sessuale e riproduttiva ai rifugiati e richiedenti asilo (PoC) affetti da patologie della sfera sessuale e riproduttiva o che sono sopravvissuti a violenza sessuale e di genere (SGBV) attraverso un’intervento medico-psico-sociale. In generale è un processo rivolto a promuovere la capacità di sviluppo dell’essere umano, della famiglia e della comunità per: esercitare controllo e potere sull’ambiente circostante, a livello individuale e sociale; migliorare la qualità della vita; dotare l’individuo di strumenti idonei ad affrontare e risolvere problemi e a realizzare cambiamenti.

Azioni intraprese:

 

  • Individuazione delle aree urbane in cui i PoC vivono a Catania;
  • Identificazione degli SGVB sintomatici;
  • diagnosi e gestione delle malattie sessuali e riproduttive;
  • sostegno degli SGBV in difficoltà e sopravvissuti a pratiche tradizionali dannose;
  • sostegno dei PoC per incoraggiare l’autodeterminazione nel soddisfare i loro bisogni di salute;
  • garanzia dell’accesso ai servizi di assistenza sanitaria di migranti e PoC;
  • conseguimento della sostenibilità a lungo termine dell’obiettivo del progetto;
  • promozione e conseguimento dei diritti civili e umani per migranti e PoC.

Risultati attesi:

  • Aumentare il numero delle diagnosi precoci delle malattie sessuali e riproduttive negli SGBV;
  • Diminuire l’incidenza delle malattie sessuali e riproduttive (IST, HIV, ecc.) nei PoC;
  • Migliorare e standardizzare la qualità del trattamento delle malattie sessuali e riproduttive nei PoC;
  • Aumentare il numero di PoC iscritti a programmi psico-sociali;
  • Aumentare il numero dei test di gravidanza tra le PoC per ridurre le gravidanze indesiderate;
  • Implementare procedure standardizzate per consolidare i percorsi di presa in carico degli SGBV da parte delle Istituzioni pubbliche e private di competenza;
  • Migliorare la qualità dell’informazione sulla salute sessuale e riproduttiva dei PoC;
  • Aumentare la disponibilità di preservativi maschili e femminili per i PoC;
  • Migliorare la comprensione dell’importanza dell’utilizzo del preservativo per assicurare pratiche sessuali più sicure;
  • Implementare competenze e conoscenze del personale coinvolto nel Progetto (volontari LILA, operatori delle strutture d’accoglienza, operatori di ONG e mediatori culturali).

Attività implementate:

Visite ai Centri d’accoglienza del territorio provinciale di Catania e della Sicilia occidentale

  • informazione sulla salute sessuale e riproduttiva;
  • sessione medica sulla prevenzione, la trasmissione e i sintomi delle malattie sessualmente trasmesse e le istruzioni sull’uso del preservativo;
  • sessione psico-sociali volta all’identificazione di sintomi che potrebbero indicare un trauma da SGBV;
  • offerta dei test diagnostici per HIV e HCV.

Visite alle strutture di servizio (privato sociale, ONG, Associazioni) maggiormente frequentate dai PoC

  • fornire consulenza medica;
  • fornire supporto psicologico individuale;
  • proporre l’esecuzione di test HIV e HCV;
  • fornire un feedback agli operatori della struttura ospitante;
  • segnalare i casi di rilievo ai servizi del Sistema Sanitario Nazionale;
  • invio dei PoC al Drop-in.

Attività di outreach:

  • conoscenza dei luoghi di aggregazione informale dei PoC, attraverso l’ascolto attivo degli attori coinvolti nei servizi per i migranti, rifugiati e richiedenti asilo (lavoratori delle ONG, operatori dei centri di volontariato, servizi sociali comunali, singoli cittadini, ecc.);
  • visita e mappatura dei luoghi di aggregazione informali;
  • raccolta di informazioni sulle caratteristiche demografiche e socio-legali dei PoC presenti nei luoghi di aggregazione informale;
  • distribuzione di materiale informativo sulle malattie della sfera sessuale e riproduttiva;
  • suggerimenti di appuntamenti presso il Drop-in.

Drop-in presso la sede di LILA Catania

Il DROP-IN offre servizi a bassa soglia ai migranti; accoglie migranti inviati da vari servizi o agganciati durante le attività di outreach. Presso l’ambulatorio sono offerti i seguenti servizi:

  • orientamento sociale e sanitario;
  • visita medica;
  • supporto psicologico individuale;
  • test HIV e HCV;
  • invio e/o accompagnamento presso le strutture del Sistema Sanitario Nazionale dei casi che lo richiedano.

Presso la sede LILA, inoltre, è disponibile un servizio psicologico, per la presa in carico dei casi che lo necessitino.

RISULTATI OTTENUTI:

6674  PoC sono stati incontrati nei centri di accoglienza e nei centri urbani;

1375 mediazioni culturali effettuate;

170 centri di accoglienza sono stati visitati;

852 counseling di gruppo, sono stati effettuati ai PoC per informare sulla salute sessuale e riproduttiva e psichica al fine di far emergere problematiche legate a SGBV e/o M/FGM;

360 PoC hanno ricevuto un counseling individuale;

107 PoC sono stati presi in carico per effettuare un percorso psicoterapeutico personalizzato,nella sede LILA e/o negli ambulatori del servizio pubblico;

1410 PoC hanno effettuato il test HIV e HCV e hanno ricevuto un post test counseling individuale;

16 PoC HIV positivi sono stati arruolati in trattamento antiretrovirale negli ambulatori di Malattie Infettive del servizio pubblico;

12 PoC HCV positivi hanno completato il trattamento per l’epatite C negli ambulatori di Malattie Infettive del servizio pubblico;

54 donne, dopo consulenza ginecologica, sono state indirizzate agli ambulatori di Ginecologia del servizio pubblico; 

50 test di gravidanza sono stati effettuati;

16 seminari sono stati organizzati;

3 conferenze sono state organizzate;

313 operatori sono stati formati;

7882 condom maschili sono stati distribuiti;

700 condom femminili sono stati distribuiti;

13375 materiali informativi sono stati distribuiti.

 

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Alcune riflessioni sul Covid-19

5 Maggio 2020 by Lila Catania

Riceviamo e pubblichiamo da Luciano Nigro, presidente LILA Catania.

230.000 morti, che sicuramente aumenteranno, allarmano e  innegabilmente fanno paura.

Mi chiedo, però, perché, ad oggi, non ci siamo mai preoccupati e non ci preoccupiamo di tanti altri terribili dati.
Nel mondo, 325 milioni di persone sono portatrici dell’infezione da epatite B e C e ogni anno ne muoiono per complicanze 1 milione e 400 mila; nel 2017, 10 milioni di persone hanno contratto la tubercolosi,  un milione i morti. Un milione di bambini si sono ammalati di tubercolosi, 230.000 i morti. Nel 2018, 770 mila persone sono morte a causa del virus HIV.

Una lista decisamente parziale, senza parlare delle morti da incidenti stradali, colera, ebola, diarree, anemie, morbillo, etc.

Ogni giorno, in Italia, 485 persone muoiono per tumore, 170.720 per anno; le morti da infezioni ospedaliere sono aumentate da 18.668 nel 2003 a 49.301 nel 2016; 9 persone muoiono in seguito ad incidenti stradali e altre 665 rimangono ferite. Da gennaio a luglio del 2019, 599 persone sono morte per “incidenti” sul lavoro. Negli anni passati, ogni anno, sono morte per complicanze da influenza da 15.000 a 40.000 persone.

Quest’anno è esplosa la pandemia da Covid-19. Ovviamente le nuove infezioni non si sa come si presentano e come si curano, bisogna aspettare, osservare, studiare e trarre conclusioni. Tra uno/ due anni potremo sapere cosa è accaduto.

In queste circostanze possiamo solamente applicare la prevenzione e tentare la cura. L’ospedale è il luogo dove le malattie si curano, il territorio quello dove si prevengono.

Immediatamente. abbiamo scoperto che la causa principale che ha portato a non saper fronteggiare la pandemia è stato il progressivo smantellamento della sanità pubblica (ospedali e territorio) effettuato da tutte le forze politiche italiane a vantaggio della sanità privata. Tagli, politiche sbagliate (la salute come azienda), hanno provocato la catastrofe e hanno mostrato che il re è nudo. I reparti di malattie infettive, di terapie intensive e di rianimazione sono mal equipaggiati e con personale ridotto, medico e infermieristico; la medicina del territorio è stata azzerata (da anni mancano medici scolastici, del lavoro, del territorio e di salute pubblica, non sono state portate a regime le convenzioni nella medicina penitenziaria, non esiste una adeguata copertura dell’assistenza domiciliare, residenze sanitarie assistenziali per anziani e malattie croniche privatizzate e senza personale, etc.), i medici di base lavorano in solitudine e senza mezzi o supervisioni.

Le persone sintomatiche affette dall’infezione, in conseguenza di un territorio sguarnito, si sono riversate nei pronto soccorso che sono diventati posti privilegiati di trasmissione e diffusione del Covid19 (da persone con il virus a persone che vi si trovavano perché stavano male). Nei pronto soccorso e nei reparti dedicati, e aggiungerei in tutti i presidi, le norme di profilassi universale, non applicate in tempo di HIV, SARS, H5N2, hanno continuato a non essere applicate, non sono stati individuati percorsi di accesso differenziati, sono in gran parte mancati i presidi essenziali (mascherine, guanti, disinfettanti).

Inizia il caos, la soluzione è il lockdown, tutti a casa. Senza pensare al fatto che la quarantena costa e che le persone non debbono restare sole in preda alla paura. È stato imposto: se state male telefonate al medico di base, nessuno viene a visitarvi, se peggiorate il medico di base invia il personale addetto per effettuare test e se positivi e peggiorate verrete ricoverati.

Per cui è potuto anche accadere che le persone anziane affette da malattie gravi, che fino al 2019 morivano a casa, hanno intasato terapie intensive e reparti COVID, facendo aumentare inverosimilmente la percezione del problema, e facendo aumentare le morti da coronavirus (nessuna distinzione fra morti per e morti con corona).

Perché chi ci governa non ha immediatamente convertito parte della produzione industriale  in fabbriche per produrre le attrezzature per rianimazione e terapia intensiva, perché invece di costruire nuovi reparti non sono state utilizzate strutture dismesse o strutture convenzionate?

Perché non è stato rafforzato il territorio, fondamentale durante la fase 1 e indispensabile nella fase 2, potenziando l’assistenza domiciliare a supporto dei medici di base, individuando piani di prevenzione per le case di riposo, per il carcere, e per i luoghi superaffollati.

Perché non si è seguito l’esempio di un medico oncologo ospedaliero di Piacenza, che non ha abbandonato i suoi malati, ha creato una piccola equipe, ed è andato a trovarli a casa munito di un ecografo palmare e quando ha notato segni di polmonite interstiziale ha iniziato il trattamento senza aspettare tamponi. Ha curato il corpo ma anche la psiche, che rappresenta metà del trattamento.

Possibile che ci siamo fatti convincere che è giusto far morire da sole le persone? Che la sanità serve solo per trasferire le persone in ospedale?  Possibile che  governo e regioni non abbiano un piano per le emergenze e una commissione da far intervenire subito?

Nessuno si chiede perché in alcune città come Milano/Bergamo, Madrid, New York l’infezione si sia diffusa rapidamente e in maniera incontrollabile. Perché non a Roma, Palermo, Chicago, San Francisco o Barcellona?
L’argomento più difficile da affrontare è quello relativo alla libertà delle persone, i cittadini pagano le tasse per avere, tra l’altro, un servizio sanitario che li protegga e li supporti, che punti sul cambiamento dei comportamenti sbagliati per prevenire i problemi. I proibizionismi non hanno mai funzionato, non funzionano e non funzioneranno. E’ sempre più necessario essere partecipi e non spettatori.

“Quanto meno mangi, bevi, compri libri, vai a teatro, al ballo e all’osteria, quanto meno pensi, ami, fai teorie, canti, dipingi, verseggi, ecc., tanto più risparmi, tanto più grande diventa il tuo tesoro, il tuo capitale. Quanto meno tu sei, quanto meno realizzi la tua vita, tanto più hai; quanto più grande è la tua vita alienata, tanto più accumuli del tuo essere estraniato.” diceva Marx.

Tutte le opere sono di Renato Guttuso.

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Dichiarazione EACS e BHIVA sul rischio di COVID-19 per le persone che vivono con l’HIV (PLWH)

3 Maggio 2020 by Lila Catania

COVID-19 e HIV. Riceviamo e pubblichiamo da LILA Nazionale, la traduzione della dichiarazione pubblicata giovedì 30 aprile 2020 dalla European AIDS Clinical Society (EACS)  e dalla British HIV Association (BHIVA)

Sono state pubblicate le prime serie di casi di pazienti affetti da HIV con COVID-19 (1-3). Finora non ci sono evidenze di un più alto tasso di infezione da COVID-19 o di un diverso decorso della malattia nelle persone con HIV rispetto alla popolazione generale.

Le prove attuali indicano che il rischio di malattie gravi aumenta con l’età, il sesso maschile e con alcuni problemi medici cronici come malattie cardiovascolari, malattie polmonari croniche e diabete. Sebbene le persone che vivono con l’HIV in trattamento con una conta normale delle cellule T CD4 e la soppressione della carica virale possano non essere ad aumentato rischio di malattia grave, molte persone che vivono con l’HIV hanno altre condizioni che aumentano il rischio. In effetti, quasi la metà di esse in Europa ha più di 50 anni e problemi medici cronici polmonari, cardiovascolari e cronici. Il fumo è un fattore di rischio per le infezioni respiratorie; l’interruzione del fumo dovrebbe pertanto essere incoraggiata per tutti. Le vaccinazioni contro influenza e pneumococco devono essere tenute aggiornate.

Si presume che la soppressione immunitaria, indicata da una bassa conta delle cellule T CD4 (<200 / µl), o chi non assume un trattamento antiretrovirale, sarà anche associata ad un aumentato rischio di presentazione più grave della malattia. Per i pazienti con un basso numero di CD4 (<200 / ml) o che presentano un declino del CD4 durante un’infezione da COVID-19, si raccomanda di iniziare la profilassi delle infezioni. Maggiori informazioni sulle raccomandazioni per la profilassi e il trattamento di specifiche infezioni opportunistiche sono disponibili nelle linee guida BHIVA / EACS per l’HIV / AIDS.

Trattamento: antiretrovirali e altre opzioni

Lopinavir/r (Kaletra) e darunavir (Rezolsta)

 Sono in corso ricerche su alcuni antiretrovirali per l’HIV che potrebbero avere una certa attività contro COVID-19. Il primo studio clinico randomizzato con lopinavir / ritonavir non ha dimostrato alcun beneficio rispetto alle cure standard in 199 adulti ricoverati con COVID-19 grave [10]. Non ci sono prove a supporto dell’uso di altri inibitori della proteasi; in effetti, l’analisi strutturale non dimostra alcun legame con darunavir nella proteasi COVID-19.

Truvada e idrossiclorochina come PrEP

Nonostante la mancanza di dati in vitro a supporto dell’attività antivirale di TDF / FTC contro CoV-2 [11], e solo prove di docking molecolare [12], che potrebbero non essere predittive dell’attività di legame limitata [13], è previsto uno studio randomizzato di fase 3 controllato con placebo in Spagna che utilizza la combinazione HIV PrEP TDF / FTC e idrossiclorochina a basso dosaggio (HCQ) come profilassi per COVID-19 negli operatori sanitari [14]. L’osservazione delle infezioni da COVID-19 in pazienti HIV con TDF o TAF conferma una protezione incompleta di questi agenti. I risultati della sperimentazione faranno luce sull’utilità di questa strategia.

Attualmente non sono disponibili prove per giustificare il passaggio di una persona HIV+ dalla normale terapia antiretrovirale. Inoltre, non ci sono prove a supporto delle persone sieropositive che assumono antiretrovirali al di fuori del contesto della profilassi pre-esposizione (PrEP) per prevenire l’acquisizione dell’HIV. La PrEP deve essere assunta come indicato e non ci sono prove che sia efficace contro COVID-19.

Una recente serie di casi sull’idroclorochina, con o senza azitromicina, non è stata in grado di dimostrare un chiaro beneficio clinico, nonostante l’inibizione in vitro della SARS-CoV-2, a causa di problemi metodologici [15]; sebbene lo stesso gruppo abbia postulato un vantaggio nel controllo delle infezioni di una più rapida clearance virale, per il confronto mancava il braccio di controllo [16]. Un piccolo RCT ha dimostrato la tendenza a ridurre i tempi di recupero clinico e il miglioramento radiologico a breve termine dell’idrossiclorochina [17], sebbene un altro non abbia mostrato alcun beneficio in termini di clearance virale, endpoint clinici o radiologici [18]. Nonostante nessuna infezione virale acuta è mai stata trattata con successo con nessuno dei due prodotti [19], FDA ha emesso un’autorizzazione all’uso di emergenza per consentire l’uso di idrossiclorochina e clorochina per alcuni pazienti ricoverati con COVID-19 [20], in attesa di risultati da studi randomizzati. Intanto sono stati pubblicati i risultati di un’analisi retrospettiva dei dati di pazienti con infezione SARSCoV-2 in tutti i centri medici della Veterans Health Administration degli Stati Uniti che non hanno trovato prove che l’uso dell’idrossiclorochina, con o senza azitromicina, abbia ridotto il rischio di ventilazione meccanica in pazienti ricoverati e riscontra un aumento della mortalità complessiva in pazienti trattati con la sola idrossiclorochina [21]. Di conseguenza FDA mette in guardia contro l’uso di idrossiclorochina o clorochina per COVID-19 al di fuori del contesto ospedaliero o di studio clinico a causa del rischio di aritmia cardiaca.

Remdesivir

Un altro potenziale candidato per il trattamento è il Remdesivir, originariamente sviluppato per la terapia con Ebola. Ha un’ampia attività antivirale in vitro contro SARS-CoV-2 [22]. I primi casi del programma di accesso allargato hanno suggerito un potenziale beneficio clinico [23, 24]. Remdesivir è stato interrotto precocemente in 18 (12%) pazienti a causa di effetti avversi, rispetto a 4 (5%) nel gruppo di controllo [24]. La patologia avanzata del paziente potrebbe limitarne l’efficacia. Dati preliminari su remdesivir sono stati presentati di recente in un comunicato stampa NIAID (ACTT), in cui 1063 pazienti ospedalizzati con COVID-19 avanzato e coinvolgimento polmonare randomizzati a Remdesivir si sono ripresi più rapidamente rispetto a pazienti che hanno ricevuto placebo [25 ]. In particolare, il tempo mediano al recupero è stato di 11 giorni per i pazienti trattati con remdesivir rispetto a 15 giorni per coloro che hanno ricevuto placebo. I risultati hanno anche suggerito un beneficio in termini di sopravvivenza, con un tasso di mortalità dell’8,0% per il gruppo trattato con remdesivir rispetto all’11,6% per il gruppo placebo (p = 0,059) [25]. Nel frattempo, Gilead ha anche riportato i risultati dello studio SIMPLE in fase avanzata, dimostrando che una durata di remdesivir di cinque giorni da “un miglioramento dello stato clinico” come il trattamento di 10 giorni valutato nello studio NIAID.

Riferimenti:

Blanco JL, Ambrosioni J, Garcia F, Martínez E, Soriano A, Mallolas J, Miro JM; COVID-19 in Investigatori HIV. COVID-19 in pazienti con HIV: serie di casi clinici. Lancet HIV. 15 aprile 2020 pii: S2352-3018 (20) 30111-9.

Härter G et al. Infezione (inviata).

Guo W, Ming F, Dong Y et al. Un sondaggio per COVID-19 tra i pazienti affetti da HIV / AIDS in due distretti di Wuhan, Cina. Documento di ricerca prestampato, The Lancet, 2020.

Zeng L, et al. Infezione neonatale a esordio precoce con SARS-CoV-2 in 33 neonati nati da madri con COVID-19 a Wuhan, Cina. JAMA Pediatr 2020; DOI: 10.1001 / jamapediatrics.2020.0878.

Alzamora MC, Paredes T, Caceres D, Webb CM, Valdez LM, La Rosa M. Grave COVID-19 durante la gravidanza e la possibile trasmissione verticale. Am J Perinatol. 2020 aprile 18. doi: 10.1055 / s-0040-1710050. [Epub prima della stampa]

Zamaniyan M, Ebadi A, Aghajanpoor Mir S, Rahmani Z, Haghshenas M, Azizi S. Parto pretermine in donna incinta con polmonite critica COVID-19 e trasmissione verticale. Prenat Diagn. 2020 Apr 17. doi: 10.1002 / pd.5713. [Epub prima della stampa]

www.rki.de

https://www.cdc.gov/coronavirus/2019-ncov/index.html

https://www.gov.uk/government/collections/wuhan-novel-coronavirus

Cao B, Wang Y, Wen D et al. Una prova di Lopinavir-Ritonavir negli adulti ricoverati in ospedale con grave Covid-19. N Engl J Med 2020; doi: 10.1056 / NEJMoa2001282.

Choy KT, Wong AY, Kaewpreedee P et al. Remdesivir, lopinavir, emetina e omoharringtonine inibiscono la replicazione della SARS-CoV-2 in vitro. Res. Antivirale 3 aprile 2020; 178: 104786. doi: 10.1016 / j.antiviral.2020.104786.

Wu C, Liu Y, Yang Y et al. Analisi di obiettivi terapeutici per SARS-CoV-2 e scoperta di potenziali farmaci con metodi computazionali. Acta Pharm Sin B. 2020, 27 febbraio. Doi: 10.1016 / j.apsb.2020.02.008

https://www.biorxiv.org/content/10.1101/2020.03.18.997585v1; accesso 26 aprile 2020

https://clinicaltrials.gov/ct2/show/NCT04334928; accesso 26 aprile 2020

Gautret P et al. Effetto clinico e microbiologico di una combinazione di idrossiclorochina e azitromicina in 80 pazienti COVID-19 con un follow-up di almeno sei giorni: uno studio osservazionale. Int J Antimicrob Agents. 20 marzo 2020: 105949. doi: 10.1016 / j.ijantimicag.2020.105949.

https://www.mediterranee-infection.com/wp-content/uploads/2020/03/COVID-IHU-2-1.pdf; consultato il 31 marzo 2020

Chen Z, Hu J, Zhang Z et al. Efficacia dell’idrossiclorochina nei pazienti con COVID-19: risultati di uno studio clinico randomizzato. medRxiv 2020.03.22.20040758; doi: https://doi.org/10.1101/2020.03.22.20040758

Chen J, Liu D, Li L et al. Uno studio pilota sull’idrossiclorochina nel trattamento di pazienti con coronavirus comune-19 (COVID-19). J Zhejiang Univ. 2020; Mar. (DOI 10.3785 / j.issn. 1008-9292.2020.03.03

Guastalegname M, Vallone A. La clorochina / idrossiclorochina potrebbe essere dannosa nel trattamento della coronavirus 2019 (COVID-19)? Clin Infect Dis. 2020 mar 24. pii: ciaa321. doi: 10.1093 / cid / ciaa321.

https://www.fda.gov/news-events/press-announcements/coronavirus-covid-19-update-daily-roundup-march-30-2020; consultato il 21 marzo 2020

Magagnoli m et al. medRxiv preprint doi: ttps: //doi.org/10.1101/2020.04.16.20065920

Wang M, et al. Remdesivir e clorochina inibiscono efficacemente il nuovo coronavirus (2019-nCoV) recentemente emerso in vitro. Cell Res. 2020 marzo; 30 (3): 269-271.

Grein J, Ohmagari N, Shin D, et al. Uso compassionevole di Remdesivir per pazienti con Covid-19 grave. N Engl J Med. 2020 10 aprile doi: 10.1056 / NEJMoa2007016. [Epub prima della stampa]

Wang Y, Zhang D, Du G, et al. Remdesivir negli adulti con COVID-19 grave: uno studio multicentrico randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo. Lancet 2020; Pubblicato online il 29 aprile 2020

https://www.niaid.nih.gov/news-events/nih-clinical-trial-shows-remdesivir-accelerates-recovery-advanced-covid-19

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25 Aprile – World Malaria Day – L’impegno globale e regionale per la malaria

23 Aprile 2020 by Lila Catania

Nel 2018, sono stati stimati 228 milioni di casi di malaria in 89 paesi. Nel periodo 2014-2018 i casi di malaria non si sono ridotti significativamente. Il numero stimato dei decessi per malaria, nel 2018, è stato di 405.000, e non è stato inferiore a quello dell’anno precedente.

L’Africa, nel 2018, ha avuto il 93% dei casi di malaria e il 94% dei decessi. Più della metà di tutti i casi si sono registrati in 6 paesi: Nigeria (25% dei casi); Repubblica Democratica del Congo (12%); Uganda (5%); così come la Costa d’Avorio, il Mozambico e il Niger (4% ciascuno).

Obiettivi e finanziamenti globali

Alla luce dei dati e delle tendenze recenti, i due obiettivi della strategia tecnica globale dell’OMS per la malaria per gli anni 2016-2030 – ridurre l’incidenza dei casi di malaria e i tassi di mortalità di almeno il 40% entro il 2020 – non verranno raggiunti. Di conseguenza non verrà raggiunto anche l’obiettivo specifico della malaria, che prevede la fine della malaria in tutto il mondo entro il 2030.

Nel 2018, il finanziamento totale stimato per il controllo e l’eliminazione della malaria è stato di 2,7 miliardi di dollari, cifra molto inferiore all’obiettivo di finanziamento di 5 miliardi di dollari. Quasi il 70% del finanziamento della malaria proviene da fonti internazionali. I governi dei paesi dove la malaria è endemica hanno contribuito per circa il 30% al finanziamento totale.

Lacune nell’accesso agli interventi chiave

L’ultimo rapporto sulla malaria evidenzia importanti lacune di copertura nell’accesso ai principali strumenti di prevenzione diagnosi e cura in particolare nei paesi del mondo dove la malaria è più diffusa.

Nel 2018, solo la metà (50%) della popolazione a rischio di malaria in Africa ha dormito sotto una rete trattata con insetticidi; solamente il 60% delle donne in gravidanza in Africa ha ricevuto le dosi raccomandate di terapia preventiva per la malaria; nel periodo 2015-2018, un’alta percentuale (36%) di bambini nell’Africa sub-sahariana che mostravano segni di febbre non ha ricevuto cure mediche.

“Elevato onere ad alto impatto”

In risposta ai dati e alle tendenze recenti, l’OMS in partenariato con RBM (Rolling Back Malaria), per porre fine alla malaria hanno elaborato un nuovo approccio per intensificare il sostegno ai paesi che presentano un elevato carico di malaria. L’approccio si basa su quattro pilastri:

Volontà politica di ridurre i decessi per malaria

Informazioni strategiche per stimolare l’impatto

Migliore guida, politiche e strategie

Una risposta nazionale coordinata sulla malaria

Il primo pilastro invita i leader dei paesi colpiti dalla malaria a tradurre i loro impegni politici dichiarati in risorse e azioni tangibili che salveranno più vite. A tal fine, campagne che coinvolgono comunità e opinion leader sono necessarie per responsabilizzare e far agire i governi.

Le campagne debbono coinvolgere tutti i membri della società: leader politici che controllano le decisioni politiche del governo e budget; aziende del settore privato che beneficeranno di una forza lavoro libera dalla malaria; e le comunità colpite dalla malaria.

Segni di speranza

Mentre i progressi nella risposta globale alla malaria si sono stabilizzati, un sottogruppo di paesi con un basso carico di malaria si sta muovendo rapidamente verso l’eliminazione.

Nel 2018:

49 paesi hanno riferito di meno di 10.000 casi di malaria indigena, rispetto a 40 paesi nel 2010; 27 paesi hanno riportato meno di 100 casi di malaria, rispetto a 17 paesi nel 2010.

I paesi che raggiungono almeno 3 anni consecutivi di zero casi indigeni possono richiedere una certificazione ufficiale dell’OMS per l’eliminazione della malaria. Nel 2019, 2 paesi sono stati certificati senza malaria: Algeria e Argentina. A livello globale, un totale di 38 paesi e territori hanno raggiunto questo traguardo.

L’India, un paese che sostiene il 3% del carico globale di malaria, ha registrato 2,6 milioni di casi in meno nel 2018 rispetto all’anno precedente.

L’Uganda ha segnalato, nel 2018, 1,5 milioni di casi in meno rispetto al 2017.

Prospettive per nuovi interventi

Promuovere gli investimenti nello sviluppo di una nuova generazione di strumenti per la malaria è la chiave per raggiungere gli obiettivi globali della malaria del 2030. I futuri progressi nella lotta contro la malaria saranno probabilmente modellati dai progressi tecnologici e dalle innovazioni nei nuovi strumenti, come la nuova diagnostica e le medicine antimalariche più efficaci.

Controllo vettoriale

Numerosi nuovi strumenti e tecnologie per il controllo dei vettori della malaria sono stati sottoposti all’OMS per la valutazione. Se questi strumenti dimostrano efficacia nel controllo della malattia, l’OMS formulerà nuove raccomandazioni o modificherà quelle esistenti per supportare il loro utilizzo nei paesi colpiti dalla malaria. Gli strumenti attualmente in fase di valutazione includono, ad esempio, nuovi tipi di reti trattate con insetticidi, repellenti per zanzare spaziali, trappole vettoriali, approcci di trasmissione genica e esche per zucchero progettate per attirare e uccidere le zanzare Anopheles.

 

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