I diritti umani violati e negati delle persone LGBT in Africa

La settimana scorsa, in Malawi, durante l’11th International Workshop on HIV Treatment, (Interest Conference), si è anche parlato di popolazioni chiave e di diritti umani.

Nell’ambito dell’infezione da HIV, le Popolazioni Chiave ( Key Populations ) sono le persone o i gruppi che ” indipendentemente dal tipo epidemia o dal contesto locale, a causa di specifici comportamenti ad alto rischio, sono ad aumentato rischio di contrarre l’infezione da HIV”. Sono riconosciute come popolazioni chiave le persone che si prostituiscono, le persone che fanno uso di sostanze per via endovenosa, le persone in carcere, le persone migranti.

Molte relazioni presentate alla conferenza hanno mostrato che in Africa le persone che si prostituiscono, si hanno dati solo per le donne, hanno una prevalenza dell’infezione da HIV da 10 a 40 volte superiore a quella della popolazione generale; si hanno pochi dati per le persone che fanno uso di sostanze e per i maschi che fanno sesso con i maschi.

Ciò è dovuto alla forte emarginazione, violenza e privazione dei diritti umani che queste persone subiscono in questi paesi; l’essere emarginati e soggetti a violenza le costringe a un forzato anonimato e a nascondersi rendendole difficilmente raggiungibili dai programmi di prevenzione e tenendole lontane dai centri di salute; per cui, in queste persone, le nuove diagnosi, vengono quasi sempre fatte a malattia conclamata e le terapie iniziate tardi e per gli stessi motivi le persone già in trattamento hanno difficoltà ad avere una buona aderenza alla terapia.

Se per le persone che si prostituiscono e per le persone che fanno uso di sostanze anche in Africa si comincia a parlare di strategie di riduzione del danno, una sessione della conferenza è stata dedicata a questo tema, per i maschi che fanno sesso con i maschi e per le persone LGBT in generale la situazione resta insostenibile e la violazione dei diritti umani insopportabile.

Molte relazioni e poster sono stati presentati nel corso della conferenza da parte di associazioni GLBT africane, uno in particolare ha raccontato la quotidianità delle persone LGBT nei paesi dove fare sesso con le persone dello stesso sesso è considerato un reato.

La relazione è stata presentata dal rappresentante di gruppo del Senegal: Association ADAMA.

L’Association ADAMA, nata nel 2003, è fra le prime associazioni africane in cui tutti i soci hanno apertamente dichiarato il loro orientamento sessuale.

ADAMA ha 132 soci attivi, 46 dei quali sono persone che vivono con l’infezione da HIV (PLWHA). Con altre associazioni, come il National Network delle PLWHA, ADAMA realizza programmi di prevenzione, esecuzione del test, counseling medico, advocacy e di denuncia dei casi di discriminazione.

L’Associazione ADAMA, alla conferenza ha presentato ha presentato i risultati di una ricerca da loro effettuata tra il 2015 e il 2016, dal titolo:

“Il persistere, in Senegal, della violenza e della discriminazione nei confronti dei maschi che fanno sesso con i maschi aggrava la loro vulverabilità. L’esperienza dell’associazione ADAMA”

Il Senegal fa parte dei paesi dove l’omosessualità è perseguitata. In Senegal, l’omosessualità è punita secondo l’articolo 319 del Codice Penale che recita: “Sarà punito con la prigione, da uno a cinque anni, e multato da 100.000 a 1.500.000 franchi, chiunque commette un atto indecente o contronatura con un individua dello stesso sesso. Se l’atto viene commesso con un minore di 21 anni, sarà applicato sempre il massimo della pena”.

A Dakar, nel 2009, in seguito a una denuncia,  9 omosessuali sono stati arrestati nelle loro abitazioni private e condannati a 8 anni di carcere per “associazione criminale”. Le persone erano tutte attiviste dell’associazione AIDES, da sempre impegnata nella lotta all’AIDS. La sentenza è stata annullata in seguito a pressioni internazionali.

Nell’agosto del 2015, 7 omosessuali sono stati condannati a sei mesi di carcere.

Nel dicembre del 2015, 16 persone sono state arrestate per aver partecipato a una cerimonia privata  per “un falso matrimonio fra persone dello stesso sesso”. Le loro foto sono state pubblicate sui social network e alcuni di loro, per conseguenza dello stigma, hanno lasciato il paese.

Oltre alla mancanza di libertà, gli MSM lottano ogni giorno contro ogni tipo di discriminazione.

Tutto questo li rende una popolazione fortemente vulnerabile con l’effetto che la prevalenza dell’infezione da HIV fra gli MSM in Senegal è del 21.8% contro lo 0,7 % della popolazione generale.

Dal 2015 al 2016 ADOMA, ha intervistato molti MSM e ne ha raccolto e valutato le testimonianze.

Sono state identificate numerose forme di violenza e di violazione dei diritti umani.

23 persone sono state arrestate;  27 persone hanno subito violenza verbale e fisica: intrusione nelle case e percosse, aggressioni in luoghi pubblici da parte di gruppi omofobici;  14 persone non hanno avuto accesso alle cure: in alcuni centri viene rifiutata la cura agli MSM (per fortuna, a Dakar, tre centri si occupano degli MSM senza discriminarli);  20 persone hanno dichiarato di non aver ottenuto il lavoro e/o di non avere ottenuto una casa in affitto.

ADAMA ha assistito le persone che hanno subito atti di violenza e discriminazioni nel denunciare pubblicamente  le violazioni dei diritti umani, e ha accompagnato le persone che hanno avuto difficoltà a ricevere le cure nei centri di salute.

Il rappresentante di ADAMA ha concluso dicendo che nonostante le attenzioni che le NGO e le autorità sanitarie mostrano nei riguardi delle persone LGBT, le violenze e gli abusi continuano a perpetrarsi giornalmente, ciò aggrava la loro precarietà il loro  senso di insicurezza e la loro vulnerabilità, le costringe a nascondersi rendendole più esposte ad acquisire e quindi a trasmettere l’infezione da HIV.

Questo accade sotto i nostri occhi nel 2017.

 

Solidarietà alle navi umanitarie che hanno salvato migliaia di vite umane

Fermiamo la campagna di criminalizzazione nei loro confronti!

Condanniamo la vile provocazione dei fascisti!

Giovedì 18 maggio alle ore 17 partecipa al presidio in via Etnea, angolo via Prefettura

Nella notte del 12 maggio all’interno del porto di Catania un gommone con a bordo 4 provocatori fascisti ha tentato di fermare la nave Aquarius di SOS Mediterranèe in partenza per un’operazione di soccorso. Se questi teppisti, alcuni venuti dall’Austria, appartenenti a “Generazione identitaria”  arrivano a tanto è perché pensano di strumentalizzare ed esasperare un’ignobile campagna di diffamazione del prezioso intervento delle navi umanitarie. Chi ha interesse ad esasperare la situazione? Dalla fine dell’anno scorso l’agenzia Frontex e certi  “servizi segreti” dei governi europei diffondono infamanti e false accuse di collusione con i trafficanti alle ONG delle navi umanitarie, purtroppo buona parte dei mezzi di comunicazione, anziché verificare l’attendibilità delle fonti e dei fatti hanno amplificato il clima d’intolleranza verso i soccorsi in mare, oggettivamente giustificando i deliri xenofobi di forze politiche apertamente razziste, nonostante la “istigazione all’odio razziale” sia un reato perseguibile in base alla legge Mancino (n.205 del ’93).

Di certo intanto ci sono solo le operazioni di “soccorso”, meglio di cattura, svolte dalle motovedette libiche in acque internazionali, nelle stesse acque nelle quali fino a poche settimane fa operavano le navi umanitarie con la copertura delle navi militari europee. Interventi di “soccorso” che assumono le modalità, ed hanno i risultati, di veri e propri respingimenti collettivi, perché operati d’intesa con le autorità italiane.

Le navi umanitarie sempre più spesso sono testimoni di veri e propri sequestri di persona in acque internazionali, operati dalle navi della guardia costiera libica. Ogni intervento dei libici, per bloccare i gommoni in fuga, è segnato da una lista infinita di morti e di dispersi senza nome. Ancora oggi, come nello scorso fine settimana, morti e dispersi, e la responsabilità non può essere fatta ricadere su chi soccorre, ma su chi ha ritirato le navi più a nord o esegue soccorsi tardivi.

Invitiamo  l’associazionismo, i media e tutta la cittadinanza ad approfondire la conoscenza di questa tragica realtà ed a esprimere concretamente  la propria Solidarietà alle ONG delle navi umanitarie sostenendo economicamente le loro attività.

Giovedì 18 maggio ore 17

presidio in via Etnea, angolo via Prefettura

            

 

                                                                                                                                                                                                               

17 maggio 2017: Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia/International Day Agains Homophobia, Transphobia and Biphobia

Se fossi ancora indeciso, ecco sette importantissime ragioni per partecipare, aderire e supportare la Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia: sette stati, nel 2017, prevedono la pena di morte per chi si macchia del reato di omosessualità: Cecenia, Emirati Arabi Uniti, Iran, Nigeria, Mauritania, Sudan, Yemen.
Inoltre, secondo l’International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association (Ilga), gli Stati che puniscono i rapporti consensuali tra persone dello stesso sesso sono ben 78. La legge islamica penalizza la sodomia in gran parte del Medio Oriente con punizioni sul corpo, confinamenti in istituzioni per malati mentali e la prigione. Africa e Asia sono i continenti con il maggior numero di paesi in cui essere gay è un reato. Il dato più preoccupante è che alcuni di questi paesi hanno adottato o inasprito le sanzioni solo di recente.
In Cecenia è in atto una persecuzione contro i gay con arresti e torture, una campagna considerata senza precedenti che avrebbe già provocato la morte di almeno tre persone, come rivelato di recente dal settimanale Novaya Gazeta.
E’ ora di agire, non è più possibile tacere o far finta di niente, ognuno di noi deve cercare di far conoscere questi fatti a quante più persone è possibile.
I PAESI IN CUI ESSERE GAY È REATO. LA MAPPA DELL’ORRORE
Afghanistan: le relazioni omosessuali sono punite con la morte per lapidazione.
Algeria: L’art. 338 prevede fino a 3 anni di reclusione e un’ammenda.
Angola: La legge prevede i lavori forzati per chiunque abbia atteggiamenti intimi con persone dello stesso sesso.
Arabia Saudita: l’omosessualità è punita con il carcere, multe, frustate, internamento in cliniche psichiatriche, amputazione o esecuzione pubblica.
Bahrain: Recentemente è stata attivata la legge islamica, ma l’art. 337 prevede la deportazione e fino a 10 anni di reclusione.
Bangladesh: L’art. 377 del codice penale prevede la prigione a vita.
Bhutan: Nel 2004 il codice penale punisce, non eccessivamente, l’omosessualità. Comunque, non ci sono casi conosciuti di condanne per tale crimine.
Birmania: Per legge sono previsti dai 3 mesi ai 10 anni di carcere.
Botswana: Il capitolo 8:1 n.164 del Codice Penale prevede il pagamento di un’ammenda e fino a 7 anni di prigione
Brunei: ha recentemente istituito la lapidazione per i gay.
Burundi: Nell’aprile del 2009 la camera bassa del Parlamento burundese ha approvato una legge che punisce qualsiasi attività omosessuale con una pena tra i due mesi e i tre anni di detenzione
Camerun: Qui l’omosessualità è punibile con una multa o con una condanna a un massimo di cinque anni di prigione. Un uomo può essere perseguito e condannato anche solo per un SMS affettuoso a un altro uomo o per avere un aspetto considerato troppo effeminato.
Cecenia: L’omosessualità è punita con la morte.
Comoros: Secondo l’articolo 318 il sesso omosessuale è illegale e punibile. Ammenda da 50000 a 1000000 di franchi – 5 anni di prigione.
Djibouti : L’omosessualità è illegale e punita con la prigione.
Emirati Arabi Uniti: L’art. 354 del codice penale federale prevede la pena di morte. Molti tribunali applicano la lapidazione. L’art. 80 del codice di Abu Zhabi prevede la prigione fino a 14 anni, mentre il codice penale di Dubai prevede la reclusione fino a 10 anni (art. 177 del codice penale).
Eritrea: L’articolo 600 dichiara che chiunque esegua con un’altra persona dello stesso sesso un atto corrispondente all’atto sessuale, o ogni altro atto indecente, è punibile con il semplice imprigionamento da 3 a 10 anni
Etiopia: L’articolo 629 proibisce gli atti omosessuali con un minimo di 10 giorni e massimo 10 anni.
Gambia: l’omosessualità è punita con quattordici anni di carcere.
Gaza (Hamas): dall’Ordinanza del Codice Criminale del 1936 ancora in vigore, l’omosessualità maschile è illegale. Alcuni omosessuali, in differenti regioni, vengono arrestati o torturati, cosicché spesso tentano di fuggire in Israele.
Ghana: gruppi organizzati danno vita a retate e a vere e proprie cacce in cui violentano o uccidono persone omosessuali.

Giamaica: L’isola è una delle 11 ex colonie britanniche dei Caraibi dove le vecchie buggery laws non sono mai state formalmente abolite. La legge giamaicana, approvata nel 1864, punisce l’omosessualità con una pena massima di dieci anni di lavori forzati. Nella pratica, però, non è stata quasi mai applicata.
Guinea: Ammenda da 100000 a 1000000 di franchi guineani e prigione da 6 mesi a 3 anni.
India: Se da una parte il Tribunale Supremo ha riconosciuto l’esistenza di un terzo genere per i transessuali, allo stesso tempo ha annunciato la decisione di ristabilire l’illegalità dei rapporti tra omosessuali, dopo che nel 2009 il reato era stato depenalizzato. La normativa contro l’omosessualità in India risale all’epoca coloniale, al 1861 ed è punita con 10 anni di carcere.
Iran: la polizia, insieme a gruppi di cittadini, organizza “retate del terrore” per “pulire le strade e le città dagli esseri malvagi e criminali” tra cui sono annoverati gli omosessuali. Per i maschi, la morte. Per i minorenni, 74 fustigate, per le femmine, 100 fustigate. Articoli 108 – 113 cod. penale.
Kenia: Gli articoli 162 e 165 del codice penale condannano l’omosessualità come crimine contro-natura con la prigione da 5 a 14 anni.
Kwait: L’art. 193 del codice penale prevede la reclusione fino a 7 anni.
Lesotho: Vige l’articolo 179 del Codice Penale del 1981 che colpisce genericamente i reati sessuali, spesso utilizzato contro gli atti omosessuali maschili.
Libano: L’articolo 534 del Codice Penale punisce tutti i contatti fisici e le unioni contro natura con un anno di prigione.
Liberia: La sezione 14.74 del Codice Penale prevede il pagamento di un’ ammenda
Libia: In base all’art. 407 del codice penale è previsto l’imprigionamento da 3 a 5 anni.
Malawi: La sezione 153 del Codice Penale colpisce i delitti “innaturali” Punizioni corporali con 14 anni di prigione
Maldive: Secondo il Codice Penale del 1960 gli Atti sessuali tra uomini e tra donne sono proibiti: Uomini: Ammenda – 9 mesi-10 anni di prigione – 10-30 frustate / Donne: 9 mesi-1 anno di arresti domiciliari – Frustate
Malesia: Art. 377 del codice penale: la condanna prevede fino a 20 anni di carcere e una multa in denaro.
Marocco: L’omosessualità è illegale anche in Marocco, dove la pena prevista dall’articolo 489 del codice penale prevede una condanna alla reclusione da 6 mesi a tre anni, più il pagamento di una multa.
Mauritania: è prevista la lapidazione per i gay.
Mauritius: La sezione 250 del Codice Penale stabilisce che ogni persona colpevole di sodomia o bestialità dovrà essere punita con il lavoro forzato fino ad un massimo di 5 anni
Nigeria: l’omosessualità viene punita con frustate per i single e con prigione – o pena di morte – per gli uomini sposati. Sono vietate anche le relazioni di amicizia con persone omosessuali come anche avere con loro rapporti commerciali.
Oman: In base all’art. 33 del codice penale, l’atto omosessuale è punito con la prigione da 6 mesi a un anno.
Pakistan: fino a cento frustate e in alcuni casi anche la morte per lapidazione.
Porto Rico: In questo paese è previsto il cercare per un periodo massimo di dieci anni.
Qatar: L’art. 201 del codice penale prevede fino a 5 anni di prigione.
Russia: qualunque manifestazione pubblica della “diversità sessuale” è punibile in base alla legge che viete la propaganda gay. Inoltre, gruppi neonazisti sono zelanti nell’applicare le norme volute da Putin.
Senegal: L’art. 319 del codice penale prevede la reclusione da 1 a 5 anni e una multa.
Singapore: Vige l’articolo 377 del codice penale dell’Impero Britannico che criminalizza l’omosessualità maschile con 2 anni di prigione.
Siria: È prevista la prigione, in base all’art. 520 del codice penale, fino a 3 anni. il clima di guerra ha favorito l’aumento di ricatti, torture e assassini di omosessuali.
Somalia: Art. 409 del codice penale: carcere da 3 mesi a 3 anni. in alcune zone le relazioni omosessuali sono punite con la morte, in altre con la detenzione.
Sri Lanka: L’omosessualità è punita dall’articolo 365 del Codice Penale con 10 anni di prigione.
Sudan: In base all’art. 316 del codice penale, la pena prevista varia da 100 fustigate alla pena capitale.
Swaziland: La legge prevede 14 anni di carcere
Tunisia: L’omosessualità è illegale, ma tollerata. L’art. 330 del codice penale prevede fino a 3 anni di carcere.
Turkmenistan: Per legge sono previsti due anni di prigione.
Uganda: all’inizio di quest’anno è stata approvata che prevede l’ergastolo per le persone omosessuali. La legge che punisce gli atteggiamenti gay in pubblico e prevede il carcere anche per chi, assistendovi, sceglie di non denunciare questi reati alla polizia.
Uzbekistan: L’art. 120 del codice penale del codice penale del 1995 prevede la reclusione fino a 3 anni.
Yemen: Pena di morte, viene applicata la Sharia.
Zambia: E’ prevista Ammenda – 14 anni di prigione
Zimbabwe: le persone LGBT sono perseguitate e il Parlamento sta studiando una legge simile a quella dell’Uganda.

Non possiamo, inoltre, non ricordare che discriminazioni e pregiudizi verso le persone LGBT ostacolano le politiche di prevenzione contro la  diffusione dell’HIV

 

FONTI:

http://www.lila.it/it/lilanews/932-omofobia1http://www.lettera43.it/it/articoli/cronaca/2013/12/11/omosessualita-i-paesi-in-cui-e-illegale/105885/

http://dayagainsthomophobia.org/

NON SOLO ORLANDO: TUTTI I PAESI DOVE ESSERE GAY È UN REATO

Paesi del mondo in cui essere gay è un reato: il lungo elenco


Contro le persecuzioni in Cecenia delle persone omosessuali.

“Da tutto il mondo siamo indignati e vi chiediamo con forza di fermare la persecuzione delle persone omosessuali in Cecenia e di far rispettare i valori di giustizia e tolleranza.”

E’ questo l’appello al presidente russo Vladimir Putin e alle autorità russe, lanciato in questi giorni da Avaaz.org  per far cessare gli abusi e le torture perpretate, in Cecenia, verso le persone omosessuali e portate a conoscenza dell’opinione pubblica grazie a un’inchiesta pubblicata nei giorni scorsi dal periodico russo Novaja Gazeta.

“Chiedere  ufficialmente alla Russia di avviare inchieste per far luce sui crimini contro l’umanità da tempo perpetrati in Cecenia” è l’unica strada secondo Igor Kocetkov, leader del Russian Lgbt Network, unica rete di attivisti in tutta la Federazione, in un’intervista rilasciata su Repubblica.

L’appello lanciato da Avaaz  ha già raccolto oltre 1 milione di firme in tutto il mondo ed è possibile firmare seguendo il seguente link:

https://secure.avaaz.org/campaign/it/close_the_gay_torture_centres_loc/?ceTtgab

 

 

24 Marzo Giornata Mondiale per la Lotta alla Tubercolosi/World TB DAY

Insieme per dire alla gente che la tubercolosi è una malattia, spesso letale, presente in tutto il mondo e per chiedere ai governi, alle case farmaceutiche e ai ricercatori di impegnarsi a rendere disponibili fondi per cercare nuovi farmaci, più efficaci e meno complessi, che ci permettano di salvare le vite umane e di sconfiggere definitivamente questa malattia.

La tubercolosi è causata da un batterio (Mycobacterium tuberculosis)  che molto spesso contamina i polmoni.

Si stima che nel 2015 vi siano stati globalmente 10.4 milioni di nuovi casi di tubercolosi, che di questi, oltre 1 milione (11%) si siano verificati tra persone che vivono con l’infezione da HIV e che vi siano stati 1.8 milioni di decessi per tubercolosi.

Circa un terzo della popolazione mondiale è affetto da tubercolosi latente; ciò significa che ha contratto il batterio  ma non ha, ancora, manifestato l’infezione e non può trasmetterla. Il 10% delle persone con tubercolosi latente rischia di sviluppare la tubercolosi attiva, nel corso della vita. Le persone con il sistema immunitario compromesso, come le persone che vivono con l’infezione da HIV, le persone malnutrite, le persone diabetiche o i fumatori, hanno, rispetto alle altre persone,  un rischio circa trenta volte più alto di manifestare la tubercolosi attiva.

Nel 2015, almeno un terzo delle persone che vivono con l’infezione da HIV ha presentato la tubercolosi attiva. HIV e tubercolosi formano una combinazione molto grave; infatti ogni infezione accelera la progressione dell’altra. Nel 2015 circa 400 mila persone sono morte di tubercolosi associata all’infezione da HIV. Sempre nel 2015, ci sono stati almeno 1.2 milioni di nuovi casi di tubercolosi fra le persone che vivono con l’infezione da HIV e di questi il 75% vive in Africa.

La tubercolosi è una malattia, prevenibile e curabile, che si trasmette da persona a persona attraverso l’aria. Quando una persona con la tubercolosi tossisce, starnutisce o sputa diffonde i batteri nell’aria. Una persona, per acquisire l’infezione, deve inalare un numero sufficiente di batteri. La tubercolosi si presenta, principalmente, nelle persone adulte, nei loro anni più produttivi. Tuttavia tutte le età sono a rischio.

Più del 95% dei casi di tubercolosi è diagnosticato nei paesi a basso reddito. La tubercolosi è diffusa in ogni parte del mondo.  Nel 2015, il più alto numero di nuovi casi di tubercolosi è stato diagnosticato in Asia, 61%, seguito dall’Africa, 26%. Sei paesi detengono il 60% del totale dei casi, prima fra tutte l’India seguita da Indonesia, Cina, Nigeria, Pakistan e Sud Africa.

Lo Zimbabwe è il 17° Paese per casi di tubercolosi e in Zimbabwe la tubercolosi è la seconda causa di malattia e mortalità.  Negli ultimi 5 anni nel paese sono stati diagnosticati circa 45 mila casi di tubercolosi e circa l’80% delle persone che vivono con HIV ha la tubercolosi latente.

In Italia si contano ogni anno circa 7,5 nuovi casi ogni 100.000 persone, soprattutto nelle grandi città, con il 25% dei casi tra Roma e Milano e la Lombardia tra le regioni più colpite. I casi riguardano al 50% italiani – per lo più anziani che hanno contratto la malattia latente da giovani ma la sviluppano ora per indebolimento delle difese immunitarie, terapie croniche o alimentazione carente – e al 50% immigrati – per lo più tra i 25-50 anni, che sviluppano la malattia soprattutto a causa di condizioni precarie di vita, scarsa alimentazione, condizioni di stress.

Da decenni, per la cura della tubercolosi si dispone degli stessi farmaci; negli ultimi anni sono stati osservati casi di tubercolosi resistente a uno o più di questi farmaci. La resistenza insorge quando i farmaci non sono utilizzati appropriatamente, per il giusto tempo e con la giusta combinazione, quando in seguito a carenza delle risorse non vengono utilizzati tutti insieme o quando i pazienti autonomamente interrompono la terapia.  Circa 480 mila persone nel mondo nel 2015 hanno presentato tubercolosi resistente. Questi pazienti necessitano di strumenti più sofisticati per la diagnosi e di cure più complesse. Nel 2015 solamente una percentuale intorno al 60% di questi pazienti è stata curata con successo.

Uno degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals), un insieme di obiettivi pensato per il futuro dello sviluppo internazionale creati e promossi dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, è quello di porre fine alla tubercolosi nel 2030.

Gli ultimi dati dell’Organizzazione Mondiale della Salute (WHO) rivelano, però, che il “global TB burden” (il carico globale della tubercolosi) è più alto del previsto e che i Paesi si debbono attrezzare velocemente degli strumenti necessari a per prevenire, identificare e trattare precocemente i casi di tubercolosi se  è vero che si vogliono raggiungere gli obiettivi previsti per il 2030.

Appello contro il Decreto Minniti

Le organizzazioni ed i firmatari in calce al presente appello ritengono che
il cd decreto Minniti sia da respingere sia per le modalità con le quali è stato prodotto, senza la consultazione della società civile e con un provvedimento di urgenza immotivato, sia per i contenuti che veicolano un messaggio politico culturale reazionario e per soluzioni normative inefficaci e pericolose.
In particolare preoccupano le norme contenute nel decreto del 20 febbraio 2017, n. 14, Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città, che valutiamo assolutamente sbagliato nella impostazione generale ed in riferimento ai poteri di ordinanza in materia di ordine pubblico attribuiti ai sindaci oltre i limiti di garanzia costituzionale.
Riteniamo totalmente arbitrario l’utilizzo della decretazione d’urgenza e grave che un decreto sulla sicurezza emanato dal Ministero dell’Interno e della Giustizia intervenga con strumenti di controllo e repressione con l’obiettivo dell’eliminazione della marginalità sociale come previsto dall’art. 4, accreditando la tesi della criminalizzazione degli ultimi.
Le nuove disposizioni invece di risolvere i problemi della esclusione sociale ne aggravano l’intensità, suggerendo ai sindaci come unico strumento di intervento, per la “tutela ed il decoro di particolari luoghi” (come ad esempio le stazioni o i parchi pubblici o ogni altro luogo interessato da flussi turistici), quello dell’allontanamento ed il divieto di frequentazione da parte delle persone più in difficoltà, identificando esplicitamente fra le altre anche coloro che hanno problemi di abuso di alcol o sostanze stupefacenti.


Riteniamo questa impostazione grave e contraria a qualsiasi principio di solidarietà sociale e di riconoscimento di pari dignità dei cittadini, quasi che le persone in difficoltà non fossero anch’esse parte della comunità locale, ma soggetti da contenere anche fisicamente.
Ci preoccupa anche l’impostazione secondo la quale i provvedimenti di divieto di accesso a determinati luoghi, emanati ai sensi dei regolamenti di polizia urbana possano essere più severi nei confronti di coloro che sono stati destinatari di condanna confermata solo fino al grado di appello, aggravando una pena comminata dopo un regolare processo; ledendo in tal modo il principio fondamentale della presunzione di innocenza.
Altrettanto grave ci pare la persecuzione, con il divieto di frequentare locali pubblici o aperti al pubblico verso chi è stato condannato fino all’appello per reati di cui al dpr. 309/90 la nefasta legge antidroga, riproducendo il contenuto delle disposizioni dell’art 75 bis recentemente dichiarato incostituzionale dalla Corte costituzionale. La riproposizione di una norma bocciata dalla Consulta è segno di arroganza e inoltre la sua applicazione avrebbe inevitabilmente applicazioni diverse nei Comuni e potrebbe portare a provvedimenti di stigmatizzazione sociale arbitrari.
La norma include esplicitamente anche i minori, e potrebbe giungere a vietare la frequentazione della scuola a soggetti già evidentemente segnati da situazioni di marginalità e difficoltà, senza fornire alcuna alternativa educativa o di supporto sociale.
Si prevede altresì per tali soggetti la possibilità della sospensione condizionale della pena legata al divieto di frequentazione di locali e spazi determinati, ponendo in atto così una norma in contrasto con il principio di riabilitazione della pena previsto dall’art.27 della Costituzione.
Ancora più sorprendente è che il decreto consenta alla Regioni di sbloccare risorse per l’assunzione di personale finalizzato alla gestione del numero unico per le emergenze 112 che fa riferimento alle forze di polizia e comprende solo le emergenze sanitarie, mentre i servizi sociali e socio sanitari che lamentano da anni la riduzioni di organici e la cronica mancanza di risorse rimarrebbero senza sostegno.
Chiediamo che il Parlamento respinga in toto il decreto nella sua formulazione attuale e che si apra al più presto un confronto per una riforma del testo unico sulle droghe che permetta un rilancio dei servizi a favore di coloro che hanno problemi di dipendenza patologica nell’ambito di un rilancio generale dei servizi sociali, respingendo la riproposizione di logiche proibizioniste, moraliste e punitive.

Le organizzazioni promotrici:

Presidenza onoraria Gruppo Abele
Comunità San Benedetto al Porto
Lila (Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids)
Forum Droghe
Antigone onlus
Cnca (Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza)
La Società della Ragione onlus
Legacoop sociali
Itardd (Rete Italiana Riduzione del Danno)
L’Isola di Arran

http://www.fuoriluogo.it/blog/appelli/appello-decreto-minniti/

http://contropiano.org/interventi/2017/03/09/operatori-sociali-poliziotti-non-soldati__trashed-089695

http://www.piacenzaantagonista.it/2017/03/sicurezza-e-liberta-quando-un-ex-pci-e-ministro-degli-interni/

 

“Droghe. Il governo batta un colpo!”

Sottoscrivi l’appello di: A Buon Diritto – Antigone – Associazione Luca Coscioni – CGIL – CILD (Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili) – CNCA (Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza) – Comunità di San Benedetto al Porto (Genova) – Forum Droghe – FP CGIL – ITARDD (Rete italiana per la Riduzione del Danno) – La Società della Ragione – LegacoopSociali – LILA – Possibile – Radicali Italiani

Noi sottoscritti, convinti che i tempi siano maturi per promuovere una riforma radicale delle leggi e politiche in materia di sostanze stupefacenti basata sulle evidenze scientifiche, le buone pratiche internazionalmente riconosciute e il buon senso:

chiediamo al Governo di nominare un responsabile per questioni relative alla droga e alle dipendenze che, tra le altre cose, ottemperi anche agli obblighi di legge convocando, con oltre quattro anni di ritardo, la VI Conferenza nazionale sulle sostanze stupefacenti;

chiediamo a Governo e Regioni, nel quadro dei nuovi Livelli Essenziali di Assistenza, il rilancio e la riorganizzazione dei servizi per le dipendenze con il coinvolgimento della società civile e degli utenti nella prospettiva della “riduzione del danno”, con politiche di intervento finalizzate al benessere di chi usa sostanze e alla prevenzione dei rischi connessi all’abuso e alla clandestinità dei consumi, all’analisi delle sostanze e verso la sperimentazione delle stanze del consumo e dei trattamenti con eroina;

chiediamo al Governo e alle amministrazioni regionali, considerando che i primi quantitativi di cannabis terapeutica preparati dallo Stabilimento farmaceutico militare di Firenze sono acquistabili in farmacia, di adeguare la produzione alla domanda effettiva e di dare ampia pubblicità alla prescrivibilità di tali prodotti per garantire il pieno godimento del diritto alla salute di migliaia di persone con le patologie più varie;

invitiamo il Governo, a oltre due mesi dal deposito della proposta di legge di iniziativa popolare per la regolamentazione legale della cannabis, a facilitare il percorso di discussione parlamentare delle numerose proposte di legge sulla cannabis (a partire da quella dell’intergruppo per la cannabis legale) e di revisione generale del Testo Unico sugli Stupefacenti (309/90);

chiediamo infine a Governo e Parlamento, in vista della tenuta della prossima sessione speciale dell’Assemblea generale dell’ONU sulle droghe, di dare piena attuazione agli impegni assunti nell’aprile 2016 al Palazzo di Vetro contenuti nel documento conclusivo della UNGASS.

Per aderire vai al sito: http://www.fuoriluogo.it/blog/appelli/droghe-governo-batta-un-colpo/

 

La terapia antiretrovirale come prevenzione dell’infezione da HIV (Treatment as Prevention, TasP)

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Il trattamento come strumento di prevenzione (TasP) è ormai un fatto assodato. La terapia antiretrovirale abbassa la carica del virus dell’HIV nel sangue, nello sperma, nelle secrezioni vaginali e rettali a livelli molto bassi, vicini allo zero (undetactable), riducendo, fino ad eliminare, il rischio di future trasmissioni dell’infezione.1

Da molti anni, ormai, sono sempre più numerose le evidenze scientifiche dei benefici della validità del trattamento dell’infezione da HIV sulla prevenzione. Già nel 2011, lo studio HPTN052, una pietra miliare per la ricerca scientifica nel campo dell’HIV/AIDS, dimostrò che nelle persone che vivono con l’infezione da HIV, con una conta dei CD4 fra 350 e 550/mmc, la terapia iniziata precocemente riduceva del 96% il rischio di trasmettere l’infezione ai partner anti-HIV negativi. 2

Da allora numerosi studi hanno riportato e confermato questo dato dimostrando che numerose infezioni sono state evitate in seguito alla terapia. 3 4 5 6

Ciò ha ulteriormente confermato che il trattamento come prevenzione (TasP) può essere usato come parte della strategia  fai diagnosi e tratta (test and treat): “aumentando la copertura del test e del trattamento nella comunità si diminuisce la carica virale e si riduce il numero delle nuove infezioni”.7 8

In seguito ai risultati dello studio HPTN 052, Michel Sidibé, il direttore esecutivo dell’UNAIDS , ha espresso questo commento:

“This breakthrough is a serious game changer and will drive the prevention revolution forward. It makes HIV treatment a new priority prevention option. (Questa svolta impone una rivoluzione delle strategie di prevenzione rendendo il trattamento uno strumento prioritario per la prevenzione). 9

La terapia antiretrovirale viene già comunque usata come prevenzione:

  • per la prevenzione della trasmissione da madre a figlio, (PMTCT); 10 11 12
  • per la profilassi pre-esposizione; 13 14 15 16 17
  • nell’utilizzo dei microbicidi; 18 19 20
  • per la profilassi post esposizione; 21 22 23 24

La TasP ha una enorme potenzialità per ridurre la diffusione dell’infezione da HIV nelle comunità attraverso l’aumento dell’offerta del test e del trattamento alle persone che vivono con l’infezione da HIV. 41

La sua efficacia fa affidamento, almeno in parte, sella volontà e abilità delle persone in trattamento a continuare la cura  e nell’assumerla correttamente.

Preoccupazioni, di natura etica e di sanità pubblica, sono argomento di discussione riguardo la scarsa disponibilità di farmaci antiretrovirali nei paesi a risorse limitate sia per il trattamento che per la prevenzione: “Non è etico guardare peggiorare e morire persone che potrebbero stare bene se solo avessero accesso alle cure”. 49

E’ comunque universalmente riconosciuto che il trattamento da solo non è sufficiente a debellare l’infezione da HIV. Per essere efficace bisogna che il trattamento sia offerto insieme a diversificate strategie di prevenzione quali l’educazione sessuale, l’uso del condom e la modifica dei comportamenti a rischio. 51

Per approfondire clicca su: http://www.avert.org/professionals/hiv-programming/prevention/treatment-as-prevention

Photo credit: ©iStock.com/Jeng_Niamwhan

 

L’importanza dell’advocacy, il paradigma dell’epatite C

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Il dibattito organizzato dalla  nostra associazione la scorsa settimana al  Teatro Machiavelli “L’importanza dell’advocacy, il paradigma dell’epatite C” è stato seguito con grane attenzione dagli i intervenuti.

Trovate un interessante resoconto su  Argo Catania

 

 

 

#NONUNADIMENO

La LILA di Catania ha aderito alla Grande Manifestazione delle Donne che si terrà a Roma il 26/11/2016

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Il 25 novembre è la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne. Vogliamo che sabato 26 novembre Roma sia attraversata da un corteo che porti tutte noi a gridare la nostra rabbia e rivendicare la nostra voglia di autodeterminazione.

Non possiamo rimanere in silenzio, quanto continua ad accadere non ce lo permette! È giunto il momento di essere unite ed ambiziose e di mettere insieme tutte le nostre intelligenze e competenze VERSO UNA GRANDE MANIFESTAZIONE DELLE DONNE: Il 26 Novembre a Roma.

 

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Per saperne di più:

https://nonunadimeno.wordpress.com/author/nonunadimeno/

http://temi.repubblica.it/micromega-online/%E2%80%9Cnon-una-di-meno%E2%80%9D-il-26-novembre-a-roma-per-dire-no-alla-violenza-sulle-donne/

http://www.womenews.net/roma-verso-la-manifestazione-contro-la-violenza-del-26-novembre/

http://www.maschileplurale.it/roma-26-novembre/